Ammessi tema Portfolio

 

Marco Urso

Il pellicano crespo del lago kerkini

Al confine tra grecia e bulgaria il lago kerkini ospita 120 coppie di pellicano crespo. tempo fa quest'area era luogo di frequenti inondazioni e i pellicani, che preparano il loro nido a terra, vedevano distrutti i loro sforzi di procreazione e a poco a poco si erano allontanati dal lago. a seguito della costruzione di una diga e della bonifica della zona, le coppie sono gradualmente ritornate formando la più importante colonia in europa. nel periodo dell'accoppiamento , ad inizio inverno, i pellicani aumentano la loro cromia del becco e diventano molto aggressivi. non sono infrequenti lotte e ferite per il cibo. vengono definiti crespi per la particolare morfologia delle piume nucali.

Francesco Russotto

Magazzini, n. 7

Antico sport di origine medievale, la pallagrossa pratese è uno strano connubio tra pugilato, calcio e lotta greco romana e deve parte della sua fama alle storie, a volte difficli, che accompagnano la fama dei propri giocatori, poco inclini a farsi riprendere prima delle partite. il magazzino n. 7 è il luogo dove avviene il reclutamento dei calcianti della pallagrossa pratese, rione verdi. mentre le gesta, la forza e la cruenza di questi moderni gladiatori sono ben note in campo, meno noto è l'universo di rituali fatti di cura del corpo, delicatezza e riflessione individuale, che ne precedono la discesa in campo.

Rosario Lo presti

Un giorno speciale

A comiso, antica cittadina ai piedi dei monti iblei, l’arrivo della primavera porta con sé ogni anno il ripetersi di una celebrazione antica ma poco conosciuta, documentata dal 1635 , denominata pasqua comisana. i preparativi durano un anno intero , due bambini in età adolescenziale e dalla bella voce vengono scelti per il ruolo degli angeli e saranno posti sui fercoli dei simulacri e portati in processione per tutto il giorno di pasqua fino a notte fonda. la mattina la vestizione degli angeli inizia nelle rispettive abitazioni alle cinque del mattino e per circa tre ore il vestito è cucito addosso ai due bambini prescelti. e’ una processione alla quale partecipo da tre anni. ritornare a comiso ha avuto un sapore particolare. lì è nato mio padre e mio nonno prima emigrato in america al suo rientro ha aperto il primo laboratorio fotografico del paese. ci sono pochi turisti e fotografi e così sono stato subito notato ed accolto con grande affetto da tutti i nunziatari (i fedeli della basilica dell’annunziata) e dagli ex angeli. per i bambini ed i loro genitori fare l’angelo rimarrà tra gli avvenimenti più importanti della loro vita. ho iniziato il lavoro focalizzandomi sulla vestizione, visto che di processioni se ne fotografano a centinaia, ma poi un po’ per volta ho capito che i nunziatari, i comisani , i vecchi angeli rappresentano tante storie da raccontare. il progetto continua..

Romina Remigio

Tribe no name

I “watoto wa mateso, wa shetani”, figli del dolore, del demonio, sono una tribù sconosciuta, composta da più di 1000 persone, confinata da circa ottant'anni a 2400 metri, in piena foresta. sono stati isolati e cacciati dalla regione dell’iringa, dalla tribù dei wahehe, solo perché affetti da una forma di epilessia rarissima, sconosciuta quanto loro adesso. a causa delle reazioni provocate dall’epilessia venivano considerati posseduti dal demonio e per questo ammazzati e scacciati. di conseguenza si sono rifugiati sempre più all’interno di foreste impervie sulle montagne vicine. e così hanno continuato a vivere senza alcuna dimensione temporale. il futuro non esiste, tutto viene considerato e si misura a partire dal momento presente. l’intensità della pioggia, come lancette di un orologio segna le stagioni, quindi il lavoro dei campi e la kifafa, la malattia, definisce il tempo della vita. ogni gesto, ogni rito è sacro e per questo interpretato dal “baba mkubwa”, il capo villaggio e dai guaritori-stregoni. la causa generante la kifafa, è un parassita che creando una grave infezione cerebrale, genera attacchi di epilessia che a sua volta non essendo curati, provocano cadute con relative conseguenze, a chi ne è affetto. inoltre ci sono cause genetiche dovute alla consanguineità e al forte abuso di alcol. questo reportage è il frutto di anni di lavoro, di mesi e mesi di vita con loro per acquisire la fiducia che mi ha permesso poi, di raccontare la loro vita. io sono stata la prima donna bianca, fotografa che hanno visto arrivare al villaggio e con la quale hanno accettato di vivere per mesi.

Sara Bertei

Frammenti

Come aprire il cassetto di un vecchio armadio, come trovare una scatola dimenticata in soffitta. tessere di un tempo tanto lontano da non appartenerci ma da cui discendiamo e che risveglia in noi emozioni legate alla memoria. “frammenti”, è la parola che apre questo lavoro fotografico. frammenti di tempo, di ricordi, di emozioni, di vita, della vita di persone care che attraverso le immagini tornano a farsi vivide nel nostro presente e con la stessa magia ci portano indietro. frammenti di un tempo distante, di vita vissuta, di giorni trascorsi di cui non restano che il ricordo e la nostalgia di una poltrona ormai vuota. vita che è volata via, ricordi che restano per sempre.

Alessandro Fruzzetti

Presenza

E ricordati, io ci sarò. ci sarò su nell'aria. allora ogni tanto, se mi vuoi parlare, mettiti da una parte, chiudi gli occhi e cercami. ci si parla. ma non nel linguaggio delle parole. nel silenzio. (tiziano terzani)

Valerio Di mauro

Teresa

Teresa si poggia su di me con il peso di un filo d'erba. a volte la sua mano e i suoi capelli mi sfiorano quasi fossero una carezza o un soffio di vento. altre volte nonostante sia così minuta, mi stringe con una forza che non immaginerei e mi dice 'ti voglio bene'. mi cerca per giocare o cantare insieme. o per farsi leggere una storia. magari di una bella e coraggiosa principessa. io so che la vita di teresa non sarà facile. e che le difficoltà che contribuiscono a renderla speciale la metteranno alla prova. ma so anche che le persone che la conosceranno non potranno che trovarla incantevole. sempre.

Simone Stefanelli

Celestial church

La chiesa dei cristiani celesti è una fede sincretica africana, fondata in benin nel 1947 da un falegname, joseph oshoffa, il quale ebbe una visione dove dio gli affidò la missione di combattere la stregoneria molto diffusa nei paesi africani, e su tutti in benin l’unico paese al mondo dove il vodo è religione di stato. negli anni il movimento si è diffuso con grande successo in tutta l’africa occidentale, ogni anno riesce ad attirare numerosi adepti che prima avevano professato altre religioni. ha assorbito elementi della liturgia cristiana protestante, i canti, le preghiere e le letture del vecchio testamento e anche pratiche vodo che doveva combattere. i celesti sono la congiunzione tra il nostro cristianesimo e il vodo. alle letture bibliche, funzioni religiose in quasi del tutto simili alle nostre, aggiunge elementi tipici del vodo: la danza al ritmo dei tamburi, le previsioni, la guarigione dei malati, lo stato di trance degli adepti e l’utilizzo di veggenti e visionari per guarigioni miracolose.

Pietro Di giambattista

Io non ho nessuno che mi abbraccia

Io non ho nessuno che mi abbraccia è un viaggio-indagine in bianco e nero nel perimetro della disabilità intellettiva. un gioco di specchi, in cui si osserva l’altro col duplice obiettivo di conoscere e di guardarsi dentro. un “cammino”, nel quale si avverte l’obbligo di perdersi, con la lucida finalità di scoprirsi. questi specchi ci parlano di un mondo di solitudine, di sguardi sognanti, di silenziosa operosità, di assenza tangibile e di empatica contemplazione… vi si aggirano “angeli” dalle scarpe grosse, “incantevoli anomalie / di anime mosse”, che sono rughe, sorrisi e colpi di tosse. io non ho braccia, che sappiano tenermi stretto, oltre le mie. io non ho occhi che per chi mi scruta con sguardo da bambino che sogna e faccia da uomo che traguarda l’infinito mostro che mi porto dentro… io non ho nessuno, in questa caccia, oltre una scatola nera sfumata, tra la terra e il cielo, che ora mi abbraccia. scritto dal poeta davide toffoli

Selina Bressan

La fabbrica di sigari

Le immagini sono state effettuate nel mio recente viaggio a cuba, in particolare queste sono state scattate a trinidad all'interno di una fabbrica di lavorazione del tabacco per la produzione dei pregiati sigari cubani. in queste immagini ho cercato di catturare l'ambiente ed i momenti delle fasi di lavorazione, cercando alcuni dettagli che potessero evidenziare la bellezza ed unicità di questa lavorazione ancora completamente manuale ed accurata in tutte le sue fasi.

Alex Varani

I balena di cenderawasih

Serie di immagini realizzate nella baia di cenderawasih (indonesia) che illustrano la vita e la "simbiosi" dei pescatori con gli squali balena

Stephanie Gengotti

Amori nomadi, circus love

Il circo. non si può immaginare qualcosa di più anacronistico. giusto un retaggio di un millennio passato, tenuto in vita in micro cosmi fuori dalla realtà, dentro piccoli stati dell’europa, per diletto e nostalgia di epoche ormai sepolte tra le pagine rovinate di logori libri di storia. il circo così sorpassato, eppure così perfetto come simbolo di un mondo senza più frontiere, globalizzato, multietnico, una ruota che gira e cigola in modo perenne, senza sosta e senza riposo. il circo con le sue allegrie e le sue disperazioni, metafora della vita . le vite degli artisti, gli amori, le vittorie e i trionfi, le sconfitte e le umiliazioni. nomade è l’amore per sua intima natura, segue rotte diagonali oppure circolari; come i cicli delle stagioni che per secoli hanno scandito e regolato l’esistenza e il cammino degli uomini sulla terra. il circo, simbolo di libertà e schiavitù. la libertà di non obbedire a padroni, né a confini. la schiavitù di andare sempre avanti, con la pioggia quando magari è inverno e l’acqua invade il caravan o sotto il sole quando avvampa l’estate e sulle strade polverose non trovi un po’ d’ombra nemmeno a barattarla con il tuo ultimo respiro. lavori per te stesso e per la tua ‘famiglia’, i tuoi compagni di avventura. una grande famiglia ‘anomala’ e allargata: lisa, manu e il loro bambino ernesto, maria e suo figlio marius, e luca. perché il circo non è solo arte e creatività, ma anche pazienza, preparazione, allenamento fisico e lavoro manuale. studio, progettazione, sangue e sudore. ore per ideare un nuovo show, giorni lunghissimi di prove estenuanti. e magari qualche volta pochi spiccioli in tasca e poco cibo in dispensa e allora il tuo palcoscenico può essere il parcheggio di un supermarket. il suo più grande pregio coincide con il suo limite più grande. l’impossibilità di un approdo definitivo, un eterno scorrere alla ricerca di qualcosa che forse esiste. o forse no. sogni una casa e un pizzico di stabilità? invece, sei ancora nella tua roulotte e sotto il tendone, o all’aperto davanti ad un selezionato pubblico di 60 persone, perché questo spettacolo non è per tutti. e’ riservato a coloro che sanno e vogliono attraversare dimensioni fantastiche, sulle tracce di grandi ispiratori del passato, personaggi in carne e ossa o nati dalla fantasia, come buster keaton, betty boop e bozo il clown; perché anche nelle opere di shakespeare il giullare sembra il più strampalato, ma è l’unico che di fronte al re tutto vede e tutto può dire, perfino la verità. come la vita, riserva sempre nuove sorprese a chi sa guardare, a chi sa sorprendersi. il brunette bros circus, il “più grande e il secondo più piccolo del pianeta”, è la conferma che l’umanità del iii millennio, dove tutto è iper tecnologico e connesso, ha ancora e sempre bisogno di connessioni empatiche: parole, occhi che si guardano, persone che non solo comunicano, ma esprimono emozioni e pensieri, corpi che si sfiorano, si toccano, entrano in relazione. come ha scritto il romanziere italiano fabio stassi nel romanzo ‘l’ultimo ballo di charlot’: solo nel disordine chiamato amore, ogni acrobazia è possibile. noi tutti siamo funamboli in precario equilibrio su un filo sottile e quasi impercettibile. puoi farti un’istruzione per corrispondenza, come i bambini che crescono in questa compagnia delle arti, ma la vita la imparerai solo e sempre in viaggio, su strade di mille colori, consumando le tue scarpe all’inseguimento di sogni e meraviglie.

Camillo Pasquarelli

L'inverno infinito del kashmir

Srinagar, valley of kashmir, india 2015 - 2016 venerdì pomeriggio. la preghiera è appena terminata e i fedeli si allontanano dalla jamia masjiid, la moschea principale di srinagar, capitale estiva del kashmir indiano. le truppe dell’esercito sono schierate ai cancelli e osservano da lontano i giovani coprirsi il volto. nel giro di pochi minuti l’aria diventa irrespirabile e i marciapiedi si tramutano in un cimitero di pietre. esplodono numerose granate stordenti. dalle ombre in mezzo alle nubi dei lacrimogeni si alza una voce: “cosa vogliamo?”. centinaia di altre ombre rispondono con veemenza: “azadi!” - libertà. in kashmir, dove anche i bambini conoscono il principale slogan del separatismo, le proteste seguono il ritmo della preghiera. i giovani lanciatori di pietre sono cresciuti durante gli anni ’90, quando infuriava la guerriglia armata contro il governo indiano. nei cuori di questa generazione non c’è più alcun dubbio: l’india sta portando avanti un’illegittima occupazione possibile solo grazie alle 600.000 truppe che rendono la regione una delle zone più militarizzate al mondo. nell’estate del 2016 le braci del risentimento si sono riaccese per via della morte di burhan wani, popolare comandante di un gruppo armato separatista, ucciso dalle truppe indiane. una nuova stagione di proteste, martiri e repressione è terminata senza risultati concreti ma con 90 morti, migliaia di feriti e centinaia di giovani che hanno perso la vista a causa di fucili che sparano centinaia di piccole sfere di metallo. a srinagar, oggi, si respira un’aria di disillusione; nei cimiteri si fa spazio per nuove lapidi e le pietre non sembrano più abbastanza. burhan wani è diventato un simbolo centrale della causa kashmiri ed ha infiammato l’animo dei suoi coetanei, ora pronti a seguirne l’esempio. ostaggio delle frizioni indo-pachistane e delle spinte indipendentiste interne, sessantotto anni fa è cominciato un interminabile inverno di sofferenza per il kashmir che vive ormai nella speranza di veder un giorno sbocciare la primavera dell’azadi.